Rotonde, squadrate, sagomate, lucide, opache, intarsiate, dritte, ricurve, il panorama delle pipe è decisamente variegato, come scopriamo all’Atelier della pipa di Lodrino, aperto da Marco Albertoni e Maurizio Massera.

Un trapano, un tornio e un buon caffé, siamo all’interno dell’atelier, spartano ma accogliente, rispecchia la semplicità e l’estro dei suoi due ideatori che amano trascorrere qui i ritagli di tempo, dedicandosi ad un’antichissima forma di artigianato assai rara alle nostre latitudini: la creazione di pipe.

Maurizio non è nuovo a questo hobby, già lo praticava un decennio fa, prima che andasse a fuoco il suo atelier a Lodrino e con esso la determinazione ad andare avanti. È stato grazie all’insistenza di Marco che ora i due si trovano a lavorare fianco a fianco e il lavoro non manca. Esposta troviamo la produzione di pochi mesi; non si può certo dire che i due artigiani siano stati con le mani in mano. Quando sono al lavoro, la porta è sempre aperta e tutti sono benvenuti: «Anche semplicemente per curiosare o fare quattro chiacchiere e bere un sorso»; il tutto in sintonia con il loro prodotto, la pipa, oggetto che incarna in sé momento di riflessione e convivialità.

«La pipa ha una sua lentezza; prenderla in mano, prepararla, fumarla è un rito, richiede attenzione e dedizione. Non si può fumare la pipa in modo compulsivo come può succedere con le sigarette; con la pipa ogni gesto è misurato e muta anche la predisposizione d’animo». Fumare la pipa, per andare a scomodare un valore in fase di riscoperta, è un modo di fumare lento. Scopriamo così che, se costruire una pipa è affare complicato, utilizzarla non è semplice. Vi sono addirittura libri interi dedicati a quest’arte. Quale pipa utilizzare, come caricarla, quanto utilizzarla e quanto lasciarla a riposo. «Ad esempio, tra i fumatori più appassionati, è in uso possedere una pipa per ogni giorno della settimana. Sì ha così la pipa del lunedì, del martedì, del mercoledì, eccetera. Ciò garantisce che possano raffreddarsi adeguatamente tra un utilizzo e l’altro».

Una pipa va anche rodata, ovvero utilizzata con particolare attenzione quando è nuova: «Innanzitutto va creata la camicia, cioè un residuo di cenere al suo interno che riparerà il legno dal calore. Per far questo i primi mesi bisogna caricarla poco e fumarla per breve tempo». Insomma, si crea un vero e proprio rapporto dinamico fra l’oggetto e il suo proprietario.Aperto da pochi mesi l’Atelier della pipa ha già suscitato parecchio interesse da parte soprattutto di fumatori e fumatrici, in un rapporto di dieci a uno, secondo Marco, ma anche di collezionisti. Qui si possono acquistare i pezzi in vetrina, ordinare una pipa costruita su misura o riparare la propria quando possibile. Il materiale utilizzato è la radica di erica, che cresce anche alle nostre latitudini ma formando solo piccole radici.Non così in Calabria, dove si riforniscono solitamente i nostri, ma anche Sicilia, Sardegna, Corsica e, più vicino a noi, qualche località della Valtellina; qui le radici sono legnose e raggiungono ragguardevoli dimensioni. «Va detto che la pipa può essere costruita con i più svariati materiali, a partire da altri legni fino a giungere alla pannocchia, alla ceramica, in tempo di guerra la costruivano perfino con il pane». La radica di erica è considerata dal settore il materiale più pregiato perché la sua resistenza al calore dona all’oggetto una lunga vita. Costruire una pipa artigianalmente significa scolpire il legno, con tutte le abilità che questa pratica richiede e le sorprese che riserva: «Spesso si parte con un progetto in testa e, via via che si lavora il legno si scopre che la sua ‘disponibilità’ è un’altra; vuoi per via della venatura, vuoi per un difetto o altro, così si finisce per creare qualcosa di diverso e spesso sorprendente. Mai una pipa è uguale all’altra, e mai il lavoro è ripetitivo e anzi, si tratta di un continuo dialogo fra l’artigiano e il legno»; e ciò che ne scaturisce sono dei veri e propri pezzi d’arte.

Guardandoci in giro ci appare chiaro che, seppure Marco e Maurizio traggano ispirazione dalla classica e sobria pipa in auge alle nostre latitudini e fino al Sud Italia, come pure in Inghilterra, resta molto spazio all’inventiva, tant’è che ve n’è decisamente per tutti i gusti. Un lavoro artistico ma anche da certosini. Certosino d’altronde Marco lo è anche nella sua vita professionale di medico dentista, mentre Maurizio, impiegato come tecnico alle ferrovie, ha lavorato il legno per decenni, dedicandosi ai bassorilievi prima e alle pipe poi. Un interesse singolare tant’è che non sembrano risultare altri atelier di questo genere in Ticino, dovessero esserci, i nostri sarebbero ben felici di condividere con essi passione ed esperienze. I fumatori sono invece in numero maggiore a quanto si sarebbe portati a credere guardando per le strade. Spesso, infatti, la pipa la si gusta in luoghi appartati, meno in pubblico, soprattutto da quando vige il divieto di fumo nei ristori pubblici; divieto che la pipa permette in un certo senso di aggirare: «La pipa la si ‘fuma’ anche spenta; appoggiata in bocca rilascia infatti il sapore del tabacco pur senza produrre esalazioni. Certo bisogna accettare di buon grado il fatto di dover dar spiegazioni ogni volta che ci si trova con la pipa in bocca dove vige il divieto di fumare», conclude sorridendo Marco, dimostrando di possedere la filosofia un po’ sorniona che spesso anima il fumatore di pipa.